Il Nüshu era una scrittura femminile unica, utilizzata per custodire emozioni che trovavano poco spazio nella vita pubblica. Una storia di lotta, memoria e resistenza silenziosa.

In un tranquillo angolo dello Hunan, lontano dalla Cina conosciuta dalla maggior parte dei turisti, esisteva un tempo una scrittura che quasi nessun uomo riusciva di leggere. Era una scrittura usata esclusivamente dalle donne, che la impiegavano per comporre canti, ricamare testi e trasmettere parole ed esperienze da una generazione all’altra, in una società in cui avevano pochissime possibilità di far sentire la propria voce. Si chiamava Nüshu (女书), termine che significa letteralmente “scrittura delle donne”.
A prima vista, la storia del Nüshu sembra quasi una leggenda: una scrittura nata tra le donne e tramandata per generazioni nei villaggi della Cina rurale. Ma definirla semplicemente una “scrittura segreta” sarebbe riduttivo. Il Nüshu non era soltanto un sistema di scrittura, ma uno spazio femminile di comunicazione, memoria e condivisione.
Attraverso il Nüshu, le donne scrivevano lettere e componevano canti, raccontavano il proprio dolore, custodivano le amicizie e affrontavano separazioni e difficoltà in una società che lasciava loro pochissime possibilità di esprimersi liberamente.
Che cos’è il Nüshu?

Il Nüshu è spesso descritto come l’unico sistema di scrittura al mondo nato e utilizzato esclusivamente dalle donne. Si sviluppò nella contea di Jiangyong (江永县), nel sud della provincia dello Hunan, soprattutto nei villaggi della valle del fiume Xiao, un’area in cui la cultura Han si intrecciava con le tradizioni del popolo Yao.
A differenza dei caratteri cinesi tradizionali, il Nüshu è una scrittura fonetica: ogni segno corrisponde a un suono del dialetto locale di Jiangyong, mentre i caratteri cinesi indicano generalmente un significato. Secondo le ricerche di Zhao Liming, il sistema standardizzato comprende 396 caratteri, escludendo i segni di punteggiatura e il simbolo di ripetizione.
Molti di questi caratteri derivano comunque dalla scrittura cinese, in particolare dallo stile regolare, il kaishu (楷书), ma nel tempo furono semplificati, allungati e trasformati in forme più leggere e corsive. Per questo i caratteri Nüshu appaiono sottili, eleganti e leggermente inclinati, quasi fossero fili delicati. Una forma particolarmente adatta ai supporti su cui venivano tracciati: ventagli, tessuti e lettere. Il Nüshu, però, non veniva soltanto scritto, ma anche ricamato e impiegato per comporre canti.
L’aspetto più importante da comprendere è che il Nüshu nacque dall’esclusione. Per secoli, molte donne delle aree rurali della Cina ebbero un accesso molto limitato, se non del tutto assente, all’istruzione. La vita pubblica era quasi interamente riservata agli uomini, che studiavano i caratteri cinesi, partecipavano agli esami, custodivano i registri familiari e si occupavano delle questioni ufficiali.
Alle donne spettava invece sposarsi, lasciare la propria famiglia d’origine, entrare in quella del marito e sopportare in silenzio le difficoltà della loro condizione. Il Nüshu offrì loro uno spazio privato in cui esprimere ciò che la società non era disposta ad ascoltare.
Una scrittura nata nel silenzio

Le donne che utilizzavano il Nüshu non cercavano di creare una lingua colta o accademica. Avevano semplicemente bisogno di comunicare in una società che lasciava pochissimo spazio ai loro sentimenti. Nei loro testi parlavano di matrimonio, lontananza, amicizia, famiglia, solitudine e vita quotidiana. Molti erano legati a uno dei momenti più dolorosi nella vita di una donna dell’epoca: lasciare la casa in cui era cresciuta per trasferirsi presso la famiglia del marito.
Per questo, il Nüshu aveva più a che fare con l’intimità che con la segretezza. Non era un codice da nascondere agli uomini, ma una forma di comunicazione appartenente a un mondo che gli uomini tendevano semplicemente a ignorare. Ed è forse proprio questo che gli permise di sopravvivere così a lungo. Faceva parte dei momenti che le donne trascorrevano insieme nei villaggi di Jiangyong, spesso mentre cucivano, parlavano o cantavano.
Il Nüshu fu una forma silenziosa di resistenza, nata tra donne alle quali veniva chiesto di tacere, ma che riuscirono comunque a trovare un altro modo per far sentire la propria voce.
Il matrimonio e il distacco dalla famiglia

Per comprendere davvero il Nüshu, bisogna considerare quanto il matrimonio potesse essere doloroso per le donne nella Cina rurale tradizionale. Sposarsi spesso significava lasciare il proprio villaggio, la madre, le sorelle e le amiche più care. La donna entrava nella famiglia del marito e diventava parte di una nuova casa. Non era quindi il passaggio romantico che oggi molti associano al matrimonio, bensì una vera e propria separazione dal mondo in cui era cresciuta.
Una delle tradizioni più importanti legate al Nüshu era il cosiddetto “libro del terzo giorno”, il sanzhaoshu (三朝书). Questi libretti venivano donati alla sposa dopo il matrimonio, generalmente il terzo giorno successivo alle nozze. Contenevano canti, benedizioni, consigli e parole di dolore scritti dalle parenti e dalle amiche. Erano oggetti preziosi e raffinati, ma anche profondamente commoventi, perché segnavano il momento in cui una donna non apparteneva più pienamente al mondo della propria infanzia.
È proprio qui che il Nüshu diventa una testimonianza del dolore femminile: un dolore non sempre evidente o drammatico, ma continuo, privato e profondamente radicato nella vita quotidiana.
Il Nüshu era davvero una lingua segreta?

Molti articoli definiscono il Nüshu una “lingua segreta”. È una descrizione in parte corretta, ma anche piuttosto fuorviante. Prima di tutto, il Nüshu non era una lingua parlata distinta, bensì un sistema di scrittura utilizzato per trascrivere il dialetto locale di Jiangyong.
Inoltre, non era segreto nel senso di un codice clandestino organizzato. La sua natura riservata dipendeva soprattutto dal fatto che apparteneva al mondo femminile, rimaneva quasi sempre al di fuori degli interessi degli uomini e dava voce a sentimenti che trovavano pochissimo spazio nella vita pubblica.
Il Nüshu non era un manifesto politico né rappresentava una rivoluzione nel senso moderno del termine. Era però una forma di resistenza. La resistenza non assume sempre la forma di una protesta. A volte può essere una scrittura: non il tipo di resistenza capace di rovesciare un sistema, ma quella che permette alle persone di conservare la propria umanità.
Le ultime depositarie del Nüshu

Per molto tempo, il Nüshu fu tramandato spontaneamente da una donna all’altra. Poi la Cina cambiò. Le ragazze iniziarono ad avere accesso all’istruzione e le condizioni sociali che avevano favorito la nascita del Nüshu cominciarono a scomparire lentamente. Fu, naturalmente, un cambiamento positivo per le donne, ma significò anche che veniva meno il contesto che aveva reso necessaria quella scrittura.
Nel 2004 morì Yang Huanyi, una delle autrici tradizionali di Nüshu più note. La sua scomparsa è spesso indicata come l’inizio dell’“era post-Nüshu”. Per anni fu considerata l’ultimo grande legame con il mondo in cui questa tradizione era ancora viva e spontanea. Più recentemente, He Yanxin è stata riconosciuta come l’ultima erede naturale del Nüshu. È morta il 23 ottobre 2025, all’età di 86 anni.
Oggi, le donne che imparano il Nüshu lo fanno soprattutto per scelta. Non sono più escluse dall’istruzione come avveniva in passato, ma lo studiano come parte del proprio patrimonio culturale, della propria identità e della memoria collettiva. È questo che rende il Nüshu contemporaneo tanto affascinante quanto complesso.
Da una parte, non è più uno strumento necessario per affrontare una condizione di esclusione. D’altra parte, senza le nuove generazioni di donne che continuano a studiarlo, scriverlo e cantarlo, e senza il lavoro di studiosi, musei e istituzioni locali, il Nüshu rischierebbe di scomparire del tutto.
Il Nüshu oggi: tutela o spettacolarizzazione?

Oggi il Nüshu è riconosciuto come parte del patrimonio culturale immateriale nazionale della Cina. Nel 2002 fu inserito nel Registro nazionale del Documentary Heritage, nel 2003 iniziarono a Jiangyong i primi corsi e laboratori dedicati alla sua trasmissione e, nel 2006, il Consiglio di Stato lo incluse nella lista del patrimonio culturale immateriale nazionale. Successivamente, a Puwei, uno dei luoghi più importanti legati a questa tradizione, fu costruito anche il Museo del Nüshu.
Questo lavoro di tutela è fondamentale, perché senza di esso gran parte di questa cultura rischierebbe di andare perduta. Allo stesso tempo, però, solleva una domanda difficile: che cosa accade quando una forma di comunicazione intima, nata dal dolore, diventa un’attrazione turistica?
Il villaggio è comunemente conosciuto come Puwei (浦尾村), anche se oggi il suo nome ufficiale è Pumei (浦美村). Il nome fu modificato sostituendo il carattere 尾, che significa “coda” o “estremità”, con 美, che significa “bello”. Per questo motivo, nei testi dedicati al Nüshu e a Jiangyong, è possibile trovare entrambe le denominazioni.
È una domanda a cui penso spesso quando fotografo tradizioni cinesi che stanno scomparendo, come quella delle ultime donne Dulong dal volto tatuato. Il caso del Nüshu è chiaramente diverso e la sua conservazione è necessaria. Tuttavia, quando una tradizione viene trasformata in “patrimonio culturale”, corre anche il rischio di essere semplificata e ridotta a uno spettacolo, a un souvenir o a poche righe su una parete di un museo.
A mio parere, il Nüshu merita molto di più. Non dovrebbe essere raccontato come una storia curiosa e rassicurante su alcune donne che inventarono una lingua segreta, né trasformato nell’ennesimo simbolo culturale stampato sui prodotti destinati ai turisti. La sua vera forza risiede nelle vite delle donne che lo hanno utilizzato.
Esiste anche un altro problema: il Nüshu è talmente affascinante che è molto facile idealizzarlo. Alcuni cercano di renderlo più antico, misterioso e leggendario di quanto non fosse realmente. Nel corso degli anni sono nate molte teorie prive di solide basi: che risalga a migliaia di anni fa, che abbia avuto origine in un’antica società matriarcale, che sia precedente alle iscrizioni sulle ossa oracolari o che sia stato inventato daa donna leggendaria. La realtà, però, è già abbastanza potente.
Non è necessario inventare una storia falsa per rendere interessante il Nüshu. Al contrario, farlo significa togliere valore alle donne reali che lo crearono, lo utilizzarono e lo tramandarono. Ciò che riuscirono a fare non ha bisogno di miti: è già straordinario.
Il Nüshu è importante perché ci ricorda che la storia non è stata fatta soltanto da imperatori, generali, studiosi e rivoluzioni. È stata costruita anche nelle camere da letto, nelle cucine, nei cortili e nelle case dei villaggi, dove le donne si riunivano e condividevano ciò che non potevano dire all’esterno. Dimostra che quando alle persone viene negata la voce, spesso trovano comunque un altro modo per parlare.
È possibile visitare i luoghi del Nüshu?

Il territorio più legato al Nüshu è la contea di Jiangyong, nella provincia dello Hunan, in particolare il villaggio di Puwei (浦尾村), dove si trova il Museo del Nüshu di Jiangyong (江永女书生态博物馆). Ancora oggi, questa tradizione viene studiata, insegnata e promossa a livello locale.
Non è una delle destinazioni più conosciute della Cina, ma è abbastanza facile da raggiungere se ti trovi già a Yangshuo, da cui dista circa due ore d’auto. Qui puoi leggere la mia guida.
Se decidi di visitare questo piccolo villaggio, ti consiglio di affidarti a una guida locale che possa aiutarti a comprendere meglio questa cultura così particolare. Se te ne serve una, puoi scrivermi in DM su Instagram. Il valore del Nüshu, infatti, non sta nel vedere qualche carattere scritto su una parete o nell’acquistare un souvenir, ma nel comprendere le vite delle donne che diedero origine a quella scrittura.
Considerazioni finali



Dopo tanti anni trascorsi in Cina, pensavo di conoscere già molte delle culture meno note e delle tradizioni locali. Ho scritto diversi articoli su alcune di queste storie, come quella delle ultime donne con i piedi fasciati e quella, ormai quasi dimenticata, degli italiani che costruirono il ponte Renzi all’inizio del Novecento.
Ho trascorso molto tempo in villaggi remoti, fotografando minoranze etniche, antichi rituali, usanze particolari e storie di cui, al di fuori della Cina, quasi nessuno ha mai sentito parlare. Eppure, per qualche motivo, non mi ero mai imbattuto nel Nüshu. Ed è stata una grande sorpresa.
Mi ha ricordato che la Cina è ancora piena di mondi nascosti, persino per chi vive qui da molti anni. Mi ha anche fatto riflettere su quanto fosse difficile la vita in passato, soprattutto per le donne, che avevano pochissimo spazio per esprimersi e, nonostante ciò, riuscirono comunque a lasciare una traccia. È proprio per questo che mantenere viva la memoria del Nüshu è così importante.
Un ringraziamento speciale va a Giulia Falcini per lo straordinario lavoro che sta portando avanti in questo campo. Attraverso i suoi libri, le traduzioni, le conferenze e le ricerche, contribuisce a far conoscere il Nüshu anche in Italia, dove molte persone probabilmente non ne avrebbero mai saputo parlare. Ed è un lavoro importante, perché tradizioni come queste possono scomparire molto facilmente, ma, una volta comprese, diventano molto più difficili da dimenticare.
Qui puoi leggere altre mie storie.